Gocce di Vita – La Belleza di Cristo nella belleza della liturgia

    Gocce di Vita – La Belleza di Cristo nella belleza della liturgia

    Category Gocce di Vita

    “Nel promuovere e favorire una autentica arte sacra, gli ordinari procurino di ricercare piuttosto una nobile bellezza che una mera sontuosità.”

    La tradizione biblica acclama Dio come “autore stesso della bellezza” (Sap 13,3), glorificandolo per la grandezza e la bellezza dell opera della creazione.
    Il pensiero cristiano, basato soprattutto nella Sacra Scrittura, ma anche la filosofia classica come un aiuto, ha sviluppato il concetto di bellezza come categoria teologica. La bellezza divina si manifesta in modo molto particolare nella sacra liturgia, anche attraverso le cose materiali di cui l’uomo, fatto di anima e corpo, ha bisogno per raggiungere le realtà spirituali: l’edificio di culto, ornamenti, paramenti, immagini, musica, la stessa dignità delle cerimonie.

    A questo proposito, è opportuno leggere il quinto capitolo su “La dignità della celebrazione liturgica”, l’ultima enciclica di Papa Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, che dice che Cristo stesso ha voluto una casa dignitosa per l’Ultima Cena, chiedendo ai discepoli di preparare la cena nella casa di un amico che aveva una “stanza grande e disponibile” (Luca 22:12, cfr Marco 14:15). L’enciclica ricorda anche la unctio Betania, un evento significativo che ha preceduto l’istituzione di massa (Mt 26, Marco 14, Giovanni 12). Contro la protesta di Giuda, che l’unzione con l’olio prezioso è stato un “rifiuto” inaccettabile, tenendo conto delle esigenze dei poveri, Gesù, senza diminuire la carità concreta dell’obbligo ai bisognosi, dichiara il suo grande apprezzamento per l’atto di donna perché la sua unzione anticipare “l’onore che il vostro corpo rimarrà distinto, anche dopo la morte, indissolubilmente legata al mistero della sua persona” (Ecclesia de Eucharistia, n. 47). Giovanni Paolo II conclude che la Chiesa, come la donna di Betania, “non ha paura dei rifiuti’, investendo il meglio delle loro risorse per esprimere il loro stupore adorazione di fronte al dono incommensurabile dell’Eucaristia” (ibid., N. 48). La liturgia richiede la migliore delle nostre possibilità, per glorificare Dio, il Creatore e il Redentore. In fondo, l’attenta cura delle chiese e della liturgia dovrebbe essere un’espressione d’amore per il Signore. Anche in un luogo in cui la Chiesa non ha grandi risorse materiali, non possiamo trascurare questo dovere.

    La Costituzione sulla Sacra Liturgia, il Concilio Vaticano II, ha stabilito: “Nel promuovere e favorire una autentica arte sacra, gli ordinari procurino di ricercare piuttosto una nobile bellezza che una mera sontuosità. E ciò valga anche per le vesti e gli ornamenti sacri.(Sacrosanctum Concilium, n. 124). Questo passaggio si riferisce al concetto di “nobile semplicità” introdotto dalla Costituzione in 34. All’inizio del XX secolo, il noto liturgista inglese Edmund Bishop (1846-1917) ha descritto il “genio del rito romano”, come si distingue per la semplicità, la sobrietà e la dignità (cfr E. Bishop, Historica Liturgica, Clarendon Press, Oxford 1918 , pp. 1-19). Per questa descrizione non manca il merito, ma dobbiamo essere attenti alla loro interpretazione: il rito romano è “semplice” rispetto ad altri riti storici, come l’Oriente, che si distinguono per la loro grande complessità e sontuosità. Ma la “nobile semplicità” del rito romano non deve essere confusa con una malintesa “povertà liturgica” ed intellettualismo, che può portare a rovinare la cerimonia, il fondamento del culto divino.

     

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