Ecco la tua Madre

    Nella croce Gesù ci consegna la sua madre. Che Maria, nostra madre, ci possa guidare al Figlio suo amato. Andiamo a Gesù per mezzo di Maria.

    CATEGORY : Parola del giorno

    La gratitudine

    La gratitudine….

    Avere un cuore grato.

    È Gesù stesso che nel vangelo ci insegna a ringraziare:”Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli”.

     

     

     

     

    CATEGORY : Parola del giorno

    Quali frutti possono nascere dall’ abbandono in Dio?

    Per parlare dell’ abbandono in Dio voglio partire da queste parole di Gesù nel Vangelo di Matteo «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. […] Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (Mt 11, 28-29)

    Rivolgendosi alla gente del suo tempo, Gesù invitava ad andare a Lui. Questo andare è sinonimo di fidarsi di Lui. 

    In un tempo come  quello che viviamo Gesù ci invita ancora una volta ad “andare a Lui”, a confidare in Lui, come un bambino si fida della mamma o del papà sapendo che in loro troverà ristoro.

    Questo fidarsi di Dio, vuol dire anche abbandonarsi a Lui, alla Sua volontà, cosa questa non sempre facile, soprattutto oggi dove vogliamo fare tutto da soli, con le nostre forze. 

    Quante volte ci capita di volere tutto e subito, di volere  che la nostra vita si risolva secondo i nostri piani, secondo quello che noi crediamo sia meglio. Lottiamo, ci stanchiamo, e molte volte sperimentiamo anche il fracasso dinanzi alle situazioni pensando di fare bene, ma ci dimentichiamo che noi non siamo onnipotenti. Solo Dio sa quello che è meglio per noi e cosa e quando ci conviene davvero.

    Quando Gesù dice ai suoi “Venite a me voi che siete stanchi e oppressi”, evidenzia giustamente questo che non si può contare solo sulle proprie forze, o sulle forze di altri esseri umani, che pur essendo nostri amici non possono risolverci la vita. L’unico indispensabile e su cui sempre dobbiamo contare è Lui! 

    Fino a quando la nostra vita ruota solo intorno al nostro io, alle nostre forze, e si dimentica di Dio, viviamo in un continuo affaticamento e sembra che la tristezza, l’ansia, l’agitazione e soprattutto la paura prendono il sopravvento su noi.

    Gesù invita ancora “Venite a me!”, abbandonatevi a me, fidatevi di me, affidatevi, senza paura “ed io vi darò ristoro”.  Abbandonarsi in Dio genera  vari frutti che sono dono dello Spirito Santo, tra questi spiccano la pace e la gioia.  

    Pace e Gioia, quando vengono da Dio nessuno può toglierle, rimangono in noi a prescindere dalle situazioni difficili che la vita ci proporziona, è necessario però alimentarle con atti di amore e fiducia in Dio quotidianamente per fare esperienza della Sua Misericordia che non ci abbandona mai. 

    Sr. Emanuela Prisco – CMSS

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    “La mia esperienza con San Giuseppe”

    Con cuore di padre: così Giuseppe ha amato Gesù, chiamato in tutti e quattro i Vangeli «il figlio di Giuseppe».

    Con queste parole il Santo Padre, Papa Francesco ha iniziato la sua Carta Apostolica   “Patris Corde” nell’ anno dedicato a San Giuseppe. 

    Possiamo davvero dire che San Giuseppe è realmente questo Padre che ci protegge e accompagna così come ha fatto con Gesù. 

    Sappiamo poche cose sulla figura di San Giuseppe, ma quello che sappiamo già è sufficiente per fare questa esperienza con il suo amore paterno.

    Prima che entrassi in convento, non mi sono mai approfondita più di tanto sulla sua figura, sapevo che si festeggia la sua festa il 19 marzo, che per noi in Italia  coincide anche con la festa del papà. E il maggio si ricorda San Giuseppe lavoratore, ma per me questa era solo una data legata alla festa del lavoro.

    Da quando sono entrata in convento, e soprattutto qui al Carmelo, abbiamo una devozione molto forte a San Giuseppe, infatti Egli non è per noi solo il Padre adottivo di Gesù, ma per noi carmelitani è anche Padre e Protettore dell’ Ordine. 

    Santa Teresa di Gesù, diceva infatti “Non ho mai chiesto qualcosa a San Giuseppe senza essere subito esaudita”. 

    Siccome ho sempre avuto un grande amore per mio padre, non mi è stato difficile amare San Giuseppe considerandolo infatti, padre amoroso che si prende cura di me in ogni circostanza. 

    Innumere sono le testimonianze su come lui si fa presente nella mia vita, ma una che mi piace ricordare sempre e che può sembrare banale ma in fondo non lo è, è un’ esperienza vissuta con lui varie volte durante la mia permanenza nella nostra Comunità di Roma. 

    Durante tutto il periodo che ho vissuto a Roma, chi conosce la “Città Eterna” sa bene che è molto difficile incontrare un parcheggio per le macchine. Ogni volta che io e le mie sorelle, uscivamo di casa nel togliere la macchina dal parcheggio facevamo la seguente preghiera “San Giuseppe per favore lascia il tuo asinello qui in modo che al nostro ritorno troviamo presto un parcheggio!”. Quando già eravamo nelle vicinanze di casa io sempre iniziavo a cantarellare un ritornello a San Giuseppe, a volte anche inventandolo al momento,  ricordandomi che quando ero piccola con mio padre sempre insistevo quando volevo qualcosa, dopo aver cantato iniziavo il rosario a San Giuseppe “San Giuseppe nelle tue tribolazioni, l’ Angelo non ti ha soccorso, ti prego soccorrimi!… e cosi continuavo fino a trovare un parcheggio dicendo “San Giuseppe soccorrimi!”. E miei cari fratelli e sorelle, per incredibile che possa sembrare sempre trovavamo un parcheggio per la macchina e molte volte proprio davanti casa! 

    Ditemi voi se non è questo un segno dell’ amore del padre?! 

    San Giuseppe, come diceva un altro grande Santo  San Josè Maria Escrivà, ci fa sentire parte della Famiglia di Dio a tutti gli effetti! Tante sono le testimonianze dei Santi con lui, sono sicura che anche tu già hai fatto l’ esperienza della sua vicinanza e se non l’ hai fatta ti invito ad approfittare questo anno tutto dedicato a Lui per chiedere la sua intercessione nella tua vita. 

    Lui  vuole prendersi cura di te, delle tue necessità, della tua famiglia, del tuo lavoro. 

    Egli è il Padre della Provvidenza, appartiene alla classe operaia e ha sperimentato, come molte volte anche tu esperimenti il peso della povertà. 

    Viviamo un tempo difficile nella nostra storia e credo che non sia un caso che quest’ anno 2021   il Papa Francesco lo abbia dedicato a Lui. 

    Approfittiamo questa grazia e opportunità che la Santa Madre Chiesa ci dà per conoscerlo meglio, sono sicura che una volta che lo invocherai Lui che è padre amoroso e attento alle necessità dei figli ti soccorrerà.

    San Giuseppe, prega per noi!

    Suor. Emanuela Prisco – CMSS

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    Come vincere le difficoltà nella vita religiosa?

    La vita religiosa come ci ricorda il Concilio Vaticano II è già su questa terra un anticipo di quella che sarà la nostra vita nei Cieli. I religiosi per mezzo dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza si propongono di vivere imitando Gesù Cristo, povero, casto e obbediente.

    Essere religioso oggi, nella società in cui ci incontriamo è una sfida grande, piena di gioie ma anche non priva di difficoltà, che se vissute in spirito di docilità diventano un trampolino di lancio per la santità.

    Come giovane religiosa, in convento da 11 anni posso dire con tutta sincerità che non sono poche le difficoltà che si incontrano sul cammino.

    La maggior parte delle difficoltà che incontriamo scaturiscono dalla nostra miseria umana.

    Quando facciamo un cammino di autoconoscenza e ci mettiamo con cuore aperto per accogliere quello che Dio prepara per noi, scopriamo le nostre fragilità e quelle delle nostre comunità.

    Quando però lasciamo che il Signore ci modelli come il vasaio fa con l’ argilla le nostre fragilità umane si trasformano in perle che lo Spirito Santo fa fruttificare in doni e carismi per la Chiesa.

    Come in qualsiasi stile di vita ci sono difficoltà, infatti tutte le rose hanno le loro spine, ma proprio per il fatto che ci sono le spine le rose sono così belle.

    Per vincere le difficoltà nella vita religiosa secondo me sono necessarie due cose: fedeltà a Dio che ci chiama e fedeltà al Carisma che abbiamo abbracciato e soprattutto non togliere mai gli occhi da Cristo primo consacrato, modello e specchio di ogni religioso!

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    Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto

    Gv 1,11

    Gesù è Dio fatto carne: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” esseri umani, ma il Vangelo dice anche che “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”, “suoi” significa “noi”, esseri umani, ma perché noi non lo accogliamo? E perché molte persone di quel tempo non hanno riconosciuto Gesù come Messia, Re e Salvatore?

    Cosa che ha accecato e cieca gli occhi degli esseri umani in modo che non vedessero Dio presente in mezzo a noi?

    Almeno tre cose rendono ciechi gli uomini, impedendo o rendendo difficile vedere nel bambino Gesù, il Dio, Signore, Re e il Messia atteso:

    La prima è la misura, si sono abituati all’idea di un Dio grande e quindi pensano che quel bimbo non possa essere Dio!

    La seconda è la fragilità, abituati all’idea di un Dio tremendamente potente, non si adattavano alla fragilità di un bimbo.

    La terza ragione della cecità degli uomini è la semplicità, perché l’attaccamento all’idea di un Dio che è solo spirituale, hanno impedito di riconoscere nell’umanità del bimbo il Dio incarnato. Non sapete che Dio è più di quelle idee che avete su di Lui?

    Perché davvero, Lui è grande, forte e Spirito, ma se Lui è Dio, può fare tutto, anche farsi piccolo, fragile e semplice, giusto?

    Ecco il Dio delle sorprese, come diceva Benedetto XVI: “Dio è sempre fedele nel mantenere le sue promesse, ma di solito ci sorprende nel modo in cui le adempie”. E così il Dio che aveva parlato attraverso i profeti che un giorno avrebbe mandato il suo Messia stava davvero mantenendo la sua promessa, ma in un modo che non corrisponde alle loro vecchie idee su Dio, perché in questa volta è apparso: piccolo, fragile e semplice.

    Questo attaccamento alle idee fisse causa purtroppo cecità spirituale: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”.  Tuttavia, questo non è accaduto solo nel passato, ma continua ad accadere nel presente, specialmente nell’Eucaristia, non è vero che l’altare di ogni Santa Messa, in qualsiasi parte del mondo, è anche Betlemme? E con le parole della consacrazione del sacerdote nella Messa c’è un nuovo “fiat” e che le sue mani come il grembo di Maria ci danno il bimbo Gesù nell’ostia consacrata?

    E noi? Siamo stati in grado di riconoscerlo nella piccolezza, nella fragilità e nella semplicità dell’Ostia il Dio fatto carne?

    Come partecipiamo della Messa? Com’è il nostro amore per la Santissima Eucaristia: corpo, sangue, anima e divinità di Gesù?

    Sia per i sacerdoti o per i fedeli, siamo zelanti che nessun frammento del santo corpo di Cristo vada perduto?

    Come disse San Cirillo di Gerusalemme: “attento a non lasciarne cadere qualche frammento a terra, perché sarebbe per te come perdere un membro del tuo corpo.

    Se le tue mani ricevessero dell’oro, non lo custodiresti con la più grande attenzione per non perderne nulla, per non esserne in alcun modo depauperato?

    Ancora più attento devi essere per non lasciar cadere alcun frammento di quel che è più prezioso dell’oro e delle pietre preziose!”

    Anche il più piccolo frammento dell’Ostia è Dio nella sua interezza, anche piccolo, fragile e semplice è totalmente il Dio fatto carne, e così la Santa Messa è per noi una scuola e un ospedale, luogo di apprendimento e di guarigione della cecità umana, per riconoscere la presenza di Dio anche nel piccoli, fragili e semplici cominciando da noi stessi, come ci dice papa Francesco nella sua lettera apostolica sull’anno di san Giuseppe:

    “Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza”. Perché nella piccolezza, nella povertà e nella semplicità che siamo anche lì Lui fa la Sua dimora e noi diventiamo la grotta dell’incarnazione e della nascita del Verbo Divino.

    Vogliamo chiedere lo Spirito Santo, affinché per intercessione di Maria, Madre di Gesù, possiamo essere guariti da ogni cecità e così riconosciamo sempre più il Verbo divino che si è fatto e continua a farsi carne in mezzo a noi: piccolo, fragile e semplice.

    P.Sostenes Monte 

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    “Ma voi, chi dite che io sia?” Mt 16,15

    Questa è la domanda che Gesù ha fatto ai suoi discepoli e oggi  rivolge a  noi: “Ma voi, chi dite che io sia?” Chi vuole la risposta giusta, non ascolta la voce della folla che dice: “Gesù è solo un profeta”.

    C’è un solo modo per trovare la risposta giusta: Ascoltare la voce del Padre  e non la voce della folla. Così ha fatto Pietro. Sbaglia chi pensa che “la voce del popolo è (sempre) la voce di Dio”.

    Come  nel vangelo di oggi, chi si attiene a quello che “dicono tutti” e ascolta chi non ascolta Dio, finisce per perdersi. Notate anche che nessuno dei discepoli, eccetto Pietro, era in grado di sentire la voce del Padre, e perché solo lui? Perché Dio voleva insegnare qualcosa di molto importante per i cristiani: succede che a volte, noi non possiamo sentire la voce di Dio da soli, anche in preghiera o trovandoci vicini a Gesù come i discepoli, possiamo anche essere confusi su quale sia la Voce della Verità, questo perché Dio vuole che alcune delle risposte che ci da, vengano attraverso i suoi Ministri.

    Un giorno Gesù disse: “chi ascolta voi ascolta me” (Lc 10,16), cioè, chi vuole ascoltare me, ascolta la mia Chiesa. Qualcuno potrebbe chiedere: “Ma Dio voleva parlare attraverso un uomo debole e peccatore come Pietro?

    Sì, questo è l’insegnamento, e come lui sono passati più di 250 Papi. Oggi abbiamo Papa Francesco come sua voce, e così sarà fino alla sua Seconda Venuta, o forse qualcuno pensa che una delle sue profezie sia fallita? “chi dite che io sia?

    Ascoltate la voce del Padre. O Padre, per intercessione di Maria, Madre della Chiesa, manda lo Spirito Santo affinché attraverso la preghiera della tua Chiesa ascoltiamo sempre la tua voce e come Pietro proclamiamo che Gesù di Nazareth è “Il Messia, il Figlio del Dio vivente”.

    P.Sostenes Monte

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    Come e quando ho avuto certezza della mia chiamata alla vita religiosa

    La chiamata alla vita religiosa è un atto d’amore di Dio che posa il suo sguardo misericordioso sui suoi prescelti, per condividere con loro il suo progetto di salvezza per l’umanità.
    É proprio così che ho sentito la mia chiamata: un Dio che, per motivi misteriosi, mi ha guardata, mi ha scelta, mi ha colmata del suo amore e mi ha voluta tutta per sé.
    Sono entrata in convento, presso le suore Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo, all’età di 32 anni, ma la chiamata l’ho sentita molto tempo prima. Ho fatto un lungo periodo di discernimento, aiutata da alcuni sacerdoti, anche a causa delle mie condizioni fisiche; infatti, per problemi di salute, avuti subito dopo la mia nascita, non ho avuto uno sviluppo fisico normale. Ma proprio grazie alla mia deficienza posso testimoniare come il Signore abbia agito grandemente nella mia vita.
    Già subito dopo la nascita sono stata in pericolo di vita perché non riuscivo ad alimentarmi a causa di una intossicazione, ed è stato un miracolo sopravvivere: sin dall’inizio Dio ha preservato la mia vita per essere sua sposa così come sono: fragile, piccola e imperfetta.
    E in queste mie difficoltà, che per molti avrebbero potuto essere motivo di disperazione, sin da piccola, ho fatto esperienza di un Dio Padre, che mi è stato sempre accanto e mi ha dato la forza di lottare, di andare oltre questi limiti esteriori e interiori.
    Sono cresciuta in una famiglia cattolica praticante e fin da piccola ho frequentato il catechismo, poi il gruppo giovani in una parrocchia molto attiva e soprattutto il T.L.C. (treinamento de liderança cristà – corsi di vita cristiana per giovani), un movimento ecclesiale in cui ho incontrato Cristo come persona che ama e che si lascia amare, e ho sperimentato anche una Chiesa viva e presente. Così è cresciuto in me il desiderio di donare la mia vita a servizio di Dio e della Chiesa e i miei studi, ma anche il mio lavoro sociale e ecclesiale, sono stati votati a questo fine. In una società secolarizzata, dove i criteri di valutazione di una persona sono l’aspetto fisico, la salute e il benessere ad ogni costo, e il dominio sugli altri, Dio mi ha posta come segno di contraddizione, perché la mia persona è all’opposto dai canoni proposti dalla società di oggi e, nonostante ciò, sono riuscita ad affermarmi nel mondo degli studi e lavorativo. Ma nel momento in cui il desiderio di donarmi totalmente al Signore è stato prorompente, ho dovuto fare i conti con me stessa e con tutte le mie difficoltà. Ed ecco affiorare dubbi, paure, incertezze e la domanda che tormenta ogni chiamata: “PERCHE’ PROPRIO IO?” e soprattutto “PERCHE’ PROPRIO IO NELLE MIE CONDIZINI?”
    Nella mia vita ho dovuto affrontare molte sfide, ma adesso mi si imponeva una sfida più grande: se Dio mi voleva veramente nella vita religiosa, che comportava il dover condividere la mia vita con altre persone “estranee”, fuori dal mio ambiente familiare e sociale, dove tutti mi conoscevano, sarei stata in grado di abituarmi a questo nuovo ambiente? E le mie future consorelle mi avrebbero accettata così come sono? Avrei trovato qualche convento disposto ad aprirmi le porte? Dio, oltre ad essere un Padre Misericordioso per me è stato anche un grande pedagogo e psicologo, e io che, per motivo di studi, conosco sia la pedagogia che la psicologia, posso affermare che veramente Lui, con la sua “sapienza divina”, mi ha condotta per mano e mi ha dato tutti gli strumenti per vincere paure e traumi e abbattere tante barriere che spesse volte non vengono dal di fuori, ma ce li creiamo noi stessi come autodifesa. Per farmi capire che, per la sua grazia, io ero in grado di poter scegliere tutto nella vita, Lui mi ha dato veramente tutto, mettendomi accanto persone che mi hanno guidata e incoraggiata nelle mie scelte, a cominciare dalla mia famiglia.
    Prima di entrare in convento ero una donna realizzata sia dal punto di vista sociale che affettivo, totalmente indipendente e con tutti i traguardi raggiunti. Certo non senza difficoltà, e non per le mie capacità, ma sospinta sempre dalla mano di Dio. Ma non mi sentivo pienamente realizzata, tutto ciò che avevo non mi dava la vera felicità, queste cose in realtà non avevano nessuna attrattiva per me.
    Nel periodo di discernimento, rivedendo la mia vita e riconoscendo i “piccoli e grandi miracoli” che il Signore aveva compiuto in me, non potevo che essere grata di tanta benevolenza e rendendomi conto che la mia vita niente sarebbe valsa se non vissuta per il Signore, l’unica cosa che potevo offrirgli, proprio in senso di gratitudine, era la mia stessa vita: vita vissuta sempre come Suo dono e che adesso il Creatore mi chiedeva di rimetterla totalmente nelle sue mani. Sì, totalmente, perché oltre al desiderio di entrare nella vita religiosa sentivo la chiamata a “separarmi dal mondo” (quel mondo che mi aveva dato tanto!) per immergermi nella preghiera, nella solitudine, nell’oblazione e così essere definitivamente sua. E la prima risposta è stata il Carmelo. Ho conosciuto la spiritualità del Carmelo Scalzo ancora attraverso gli studi, ma Dio, che ci conosce molto più di quanto possiamo conoscere noi stessi, mi ha aperto un’altra strada, facendomi incontrare le suore Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo. Da subito mi sono interessata a questo nuovo carisma, che univa una intensa vita di preghiera all’attività apostolica e l’Adorazione Eucaristica. Ma ancora una sfida da affrontare: la Congregazione era di fondazione brasiliana, quindi per fare gli anni di formazione sarei dovuta andare in Brasile e ancora la solita domanda che mi perturbava: come affrontare tutte queste novità, tutto questo cambiamento di vita?
    E questa volta con un dissenso da parte della mia famiglia che, per un senso di protezione nei miei confronti, non accettava il fatto che io avessi scelto proprio una Congregazione straniera. Con la forza venutami dall’Alto sono andata avanti e quando ho avuto il primo incontro con la Madre Fondatrice, la quale non ha fatto nessuna opposizione alla mia entrata in questa famiglia religiosa, anzi, accogliendomi a braccia aperte, ho capito che questo era il posto che Dio aveva riservato per me. Ancora una volta ho sperimentato che chi compie la volontà del Signore e si abbandona a Lui con fiducia, tutto è possibile. Quindi, dopo il periodo di formazione in Brasile sono tornata in missione in Italia. Ma, nonostante amassi la vita apostolica, è cresciuto sempre più in me quel desiderio originario e nascosto di donare totalmente la mia vita a Dio nel nascondimento, facendo della mia incessante preghiera la prima forma di apostolato ed evangelizzazione. E così ho risposto al primo appello del Signore, entrando nella Comunità di vita Contemplativa.
    Sono stata sempre grata a Dio per il dono della mia vita, ma oggi ancor di più gli sono grata per l’immenso dono di avermi chiamata alla vita religiosa. Oggi posso dire di sentirmi pienamente realizzata, perché si è veramente felici quando troviamo il nostro posto nel mondo, e il nostro posto è quello che Dio ha scelto per noi fin dall’eternità.

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